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mercoledì 14 marzo 2012

Il lu lauru



si tratta di uno gnomo vivacissimo, alto circa 50 cm con la faccia da vecchio: è vestito proprio come un folletto, porta dei pantaloni e una maglietta verde, degli stivali e un cappello rosso, con in cima un campanellino! si dice infatti che se qualcuno riesce a prendere il suo cappello, si diventa ricchissimi! e un'altra leggenda dice che se ne vada in giro a fare delle trecce finissime alle code dei cavalli!questo gnomo è molto dispettoso, e agisce durante la notte: le sue vittime preferite sono le persone che dormono a pancia in su, ed è qui che fa la prima comparsa mio bisnonno.stava dormendo supino, quando all'improvviso sente una risata isterica, e qualcuno che gli stava saltando sulla pancia. aperti gli occhi, e trovatosi difronte questo gnomo, cerca immediatamente di prendergli il cappello, ma "lu lauru" lo guarda con rabbia, e prendendogli le mani, gliele sbatte con una forza spaventosa sul cuscino. digrignando i denti, lo gnomo se ne va, ed al suo risveglio mio nonno si accorge con stupore di avere dei lividi a forma di piccola mano sui polsi: proprio dove il lauro l'aveva afferrato. come se non bastasse, gli è stato raccontato che quella stessa notte, in una scuderia appena fuori dal mio paese, sono stati trovati 10 cavalli con le code intrecciate! erano delle trecce finissime, fatte circa da tre peli l'una...una persona non avrebbe mai potuto farlo in una sola notte!!!

venerdì 2 settembre 2011

Leggenda Horror

FINTA VECCHIETTA

Una ragazza uscita da una discoteca di Ginevra, vede che nella sua macchina c'è una vecchia. La vecchia chiede di accompagnarla a casa perchè ha freddo e non ha soldi. La ragazza, impietosita, accetta e conduce la vecchia nella sua abitazione di campagna. Davanti alla macchina della ragazza c'è un altro veicolo che frena improvvisamente e la costringe a inchiodare. La vecchia, proiettata in avanti, appoggia le mani contro il parabrezza. Ma ... la ragazza si accorge che le mani sono di un uomo!!!!!! Prontamente decide di tamponare la macchina davanti per chiedere aiuto. Dopodichè scende di corsa dall'auto verso la macchina tamponata. Nel frattempo la "vecchia" sparisce. La polizia arriva e perquisendo la macchina trova un'ascia sotto il sedile del passeggero.

venerdì 26 agosto 2011

la leggenda di amore e follia

La Follia decise di invitare i suoi amici a prendere un caffè da lei.
Dopo il caffè, la Follia propose:
'Si gioca a nascondino?'
'Nascondino? Che cos'è?' - domandò la Curiosità.
'Nascondino è un gioco. Io conto fino a cento e voi vi nascondete.
Quando avrò terminato di contare, cercherò e il primo che troverò sarà il prossimo a contare.'
Accettarono tutti ad eccezione della Paura e della Pigrizia.
'1,2,3...' - la Follia cominciò a contare.
La Fretta si nascose per prima, dove le capitò.
La Timidezza, impacciata come sempre, si nascose in un gruppo d'alberi.
La Gioia corse in mezzo al giardino.
La Tristezza cominciò a piangere, perché non trovava un angolo adatto per nascondersi.
L' Invidia si unì al Trionfo e si nascose accanto a lui dietro un grande masso.
La Follia continuava a contare mentre i suoi amici si nascondevano.
La Disperazione era disperata vedendo che la Follia era già a novantanove.
'CENTO!' - gridò la Follia - 'Comincerò a cercare.'
La prima ad essere trovata fu la Curiosità, poiché non aveva potuto impedirsi
di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto.
Guardando da una parte, la Follia vide il Dubbio sopra un recinto che non
sapeva da quale lato si sarebbe meglio nascosto.
E così di seguito scoprì la Gioia, la Tristezza, la Timidezza.
Quando tutti erano riuniti, la Curiosità domandò: 'Dov'è l'Amore?'.
Nessuno l'aveva visto.
La Follia cominciò a cercarlo.
Cercò in cima ad una montagna, nei fiumi sotto le rocce.
Ma non trovò l'Amore.
Cercando da tutte le parti, la Follia vide un rosaio, prese un pezzo di legno e
cominciò a cercare tra i rami, allorché ad un tratto sentì un grido.
Era l'Amore, che gridava perché una spina gli aveva forato un occhio.
La Follia non sapeva che cosa fare.
Si scusò, implorò l'Amore per avere il suo perdono e arrivò fino a promettergli
di seguirlo per sempre.
L' Amore accettò le scuse.

Ancora oggi, quando si cerca l'Amore non lo si trova, e solo i folli si ostinano a
cercarlo nonostante tutto ma soprattutto:
l'Amore è cieco e la Follia lo accompagna sempre.
C'è sempre un grano di pazzia nell'amore, così come c'è sempre un grano di logica nella follia.





giovedì 21 luglio 2011

il vampiro Jake e la strage



in una notte come tante il vampiro Jake inizia la sua missione per trovare una vittima con cui sfamarsi. Con la sua enorme velocità arriva a un villaggio perduto chiamato i trucei.Quella notte per le strade di quel villaggio non c'èra anima viva. Perciò il ragazzo decise di andarsene, ma proprio quando riniziava la sua corsa di sangue, senti un rumore di passi. si appiattì contro il muro per aspettare il momento giusto per attaccare e in un momento vide una ragazza ma la sua sete era troppo forte e così mordendogli il collo là uccise e così saziò la sua fame.Giorno dopo giorno in quel piccolo paese le persone continuavano a sparire e tutti gli abitanti di notte si relegavano in casa. Ma alcuni uomini erano così stolti da uscire fuori la sera e lì Jake attaccava, uccideva e sopprimeva la sua sete di sangue. Non c'èra nessuno che potesse fermarlo e non c'èra nessuso che potesse ostacolarlo. Solo una notte di luna piena il ragazzo smise quegli omicidi quando incontrò una ragazza il suo nome era Tania. Jake si innamorò pazzamente di Tania ma per la ragazza non era lo stesso. Tutte le notti il vampiro gli lasciava una rosa rossa sul ciglio della porta segno del suo amore e del suo desiderio di sangue. Il ragazzo la guardava da lontano non avendo il coraggio di parlargli. Solo una notte i due giovani incrociarono i loro sguardi e in quel momento Jake vide tutta la bellezza che la ragazza emanava. Tania si era accorta di piacere a quel ragazzo anche se non sapeva che era un vampiro. Dopo un mese che Jake non uccideva più nessuno la gente rincominciò ad andare per le strade e così il vampiro approfittò per farsi conoscere da Tania. Poi iniziarono a conoscersi e dopo ben tre mesi Jake gli rivelò di essere un vampiro e la ragazza spaventata corse a casa per dirlo ai suoi genitori. Allora Jake che si senti molto tradito e così con la sua straordinaria velocità uccise la ragazza e in una sola notte uccise tutti gli abitanti per vendetta e odio non per sete di sangue. Così del villaggio i trucei non si trovò mai più nessun abitante e nessuno sape mai come furono scomparsi.

mercoledì 6 luglio 2011

Leggende sui fiori

Le margherite, stelle della terra




Fu in una notte come tutte le altre, ma antica di molti milioni di anni, che le stelle sparirono dalla terra, per raggiungere il cielo.

Perché, come narrano storie così vecchie che si è perso il ricordo di chi le narrava, c'è stato un tempo in cui le stelle vivevano sulla terra.
Erano creature timide ed aggraziate, che vivevano a gruppi, sparse un po' dovunque, tenendosi ben nascoste agli occhi degli esseri umani. In quei tempi lontani, gli uomini avevano appena cominciato a popolare il pianeta, ed erano in pochi, e tuttavia a volte sufficienti per rompere i delicati equilibri che univano gli esseri viventi di tutto il creato.
Si racconta che un gruppo di stelle avesse trovato rifugio proprio qui, nella valle del Sesia, perché qui c'era tutto quello che esse amavano: grandi montagne ricoperte di foreste e rapidi torrenti ed un fiume generoso a raccoglierli, dalle fresche veloci acque azzurre, glaciali di neve in primavera, allo sciogliersi dei vicini ghiacciai, rombante di acque scure di minacce antiche quanto il tempo nei periodi delle lunghe piogge, luccicante d'oro al sole d'estate, sempre comunque in corsa più in basso, verso un altro placido fiume che scorre tra rive ridenti, pronto a ricevere il fratello più inquieto.
Nelle foreste più profonde, lontane dalle abitazioni degli uomini, le stelle spingevano nei torrenti rumorosi e limpidissimi gli alberi abbattuti nelle notti di tempesta dai fulmini loro amici, e poi liberati dai rami più ingombranti dai volenterosi castori, gli animaletti dei boschi coi quali le stelle amavano giocare. Alle stelle piaceva montare a cavalcioni di quelle imbarcazioni improvvisate, e poi lasciarsi trascinare dai tronchi che veloci le trasportavano a valle, mentre esse ridevano divertite per i grandi balzi lungo i rapidi torrenti bianchi di spuma.
Cantavano poi dolcemente quando arrivavano al placido fiume che correva fuori dai monti, ed esse correvano con lui, sui comodi tronchi che ancora odoravano delle foreste lontane, accompagnate dal volo solenne degli aironi e dal chiacchierio delle famiglie dei dignitosi cormorani, incontrati lungo il cammino, e poi ancora più lontano, fino ad un altro fiume ancora più grande, dove l'impatto coi gabbiani bianchi, ubriachi di onde e di vento, annunciava la vicinanza del mare.
Le stelle indossavano abiti di nuvole, e decorazioni scintillanti fatte dei denti affilati dei cinghiali che popolavano numerosi le foreste che coprivano le cime delle montagne, e di altrettanto scintillanti conchiglie, che il mare, ritraendosi dopo le tempeste, lasciava loro in dono lungo le rive.
Avevano lunghi capelli leggeri di un bianco dorato, che rifulgevano al sole quando il vento si divertiva a giocare con quei fili sottili, e ridenti, luminosi occhi pronti al sorriso.
Tutto quel fulgore di ornamenti e di bellissime chiome pulsava ritmico all'unisono, quando le stelle cantavano le loro canzoni, scivolando lungo il fiume.
Era un'incredibile spettacolo di luce, di bellezza e di gioia, carico di musica struggente.
E fu proprio dalla valle del Sesia che esse sparirono.
Accadde così, in una notte che sapeva di magia. IL cielo tutto blu era fermo e compatto, come in attesa. Sarebbe stata buia la notte, perché in quei tempi prima del tempo, nemmeno la luna illuminava il cielo, ma la luce era data da tutto quello splendore di stelle, che scendevano placide cantando lungo il grande fiume.
Un viandante che si era perso nella foresta vide quella luce scintillante, e sentì la dolce musica misteriosa. Divorato dalla curiosità, si avvicinò alla fonte della sua meraviglia e spiò, nascosto tra i rami degli alberi che crescevano lungo la riva.
Lo spettacolo era di tale bellezza che l'uomo rimase quasi accecato dalla magnificenza di quanto scorreva sul fiume.
Con l'avidità che è propria della sua razza, o forse soltanto per la gioia di tenerlo tra le mani, l'uomo d'impulso uscì dal suo nascondiglio e si precipitò verso tutto quello splendore, arrivando a sfiorare una delle imbarcazioni improvvisate, che però gli scivolò tra le dita.
Terrorizzate, le fragili stelle fuggirono, chiamarono a raccolta le loro sorelle sparse per tutta la terra e si rifugiarono nel cielo, per non tornare mai più.
IL loro scintillio glorioso è tuttora visibile dal nostro pianeta, ma gli uomini hanno perso per sempre il fascino struggente della loro musica.
Lasciarono però, gentili com'erano, qualcosa al loro posto : le innumerevoli, graziose piccole margherite (dette anche pratoline) che a primavera ricoprono i prati a migliaia, rimaste a ricordare le stelle con il loro cuore colore di sole.
Anche se è a primavera che esse cominciano a fiorire, è all'inizio dell'estate che ricoprono i prati con il loro candido e dorato splendore, tanto che un antico proverbio inglese recita: "Quando puoi posare il piede su sette margherite, allora è davvero arrivata l'estate".
Curiosamente, il nome inglese delle margherite è "Daisy" e forse risale, senza saperlo, all' antichissima storia che vi ho raccontato: perché Daisy sta per "the day's eye" - "l'occhio del giorno" e infatti questi fiorellini si aprono alle prime luci e ripiegano i loro petali quando il sole tramonta, come se andassero a dormire. Si dice che taluna, approfittando del buio, se ne voli a popolare il cielo, e che qualche altra, malata di nostalgia, approfittando delle stesse tenebre, torni ogni tanto a profumare la terra.
Senza nemmeno saperlo e pur avendo perso il ricordo di quella leggenda lontana, anche i giovani esseri umani sono tornati a percorrere quella che un tempo era una strada di stelle, e con le agili canoe e i coloratissimi Kayak cavalcano gioiosi le limpide acque del fiume, giocando tra loro, quest'anno, una sfida che ignorano essere antica quanto il tempo.

domenica 3 luglio 2011

la crazione del mondo secondo gli indiani Yakima











Agli inizi del mondo v'era solo acqua. Whee-me-me-ow-ah, il Grande Capo Lassù, viveva su nel cielo tutto solo. Quando decise di fare il mondo, venne giù in luoghi dove l'acqua era poco profonda e cominciò a tirar su grandi manciate di fango che divennero terraferma.


Fece un mucchio di fango così alto che per il gelo divenne duro e si trasformò in montagne. Quando cadde la pioggia, questa si trasformò in ghiaccio e neve sulle cime delle alte montagne. Un po' di quel fango indurì e divenne roccia. Da quel tempo le rocce non sono mutate, sono diventate solo più dure.


Il Grande Capo Lassù fece crescere gli alberi sulla terra, e anche radici e bacche. Con una palla di fango fece un uomo e gli disse di prendere i pesci nell'acqua, i daini e l'altra selvaggina nelle foreste. Quando l'uomo divenne malinconico, il Grande Capo Lassù fece una donna affinché fosse la sua compagna e le insegnò come preparare le pelli, come trovare cortecce e radici, e come fare dei cesti con quelle. Le insegnò quali bacche usare per cibo e come accoglierle e seccarle. Le mostrò come cucinare il salmone e la cacciagione che l'uomo portava.




fratello luna e sorella luna



Fratello Luna e Sorella Luna
Non sempre la Luna è stata rappresentata come un personaggio femminile:infatti una leggenda dell'antica mitologia racconta che un misterioso amante si recava presso una giovane donna che, curiosa di scoprire l'identità, una notte prima del suo arrivo immerse le mani nella cenere per lasciare una chiara traccia sulla schiena del giovane.Il mattino seguente, con terrore, scoprì quell'impronta sulla schiena del proprio fratello. Lei (il Sole) da quel giorno fugge via, mentre lui (la Luna) la insegue. Ogni qualvolta riesce a raggiungerla, è un'eclissi.E così sarà per sempre...

sabato 25 giugno 2011

il nontiscoedardime , messaggero d'amore


Un tempo, in un regno prospero e felice, la giovane Daina abitava con la madre ormai vecchia in una piccola capanna dipinta di bianco, sul limitare di un campo di grano, vicino ad un ruscello che scorreva gioioso, alla quieta ombra di alberi secolari. Era bello in inverno, coi severi alberi spogli, i rami immobili contro il cielo grigio e i bruni campi silenziosi dove volavano pigramente i corvi dalle nere, lucide ali. Ed era bello in estate, sotto le fresche foglie luccicanti dove tubavano le colombe innamorate l'una dell'altra, accompagnando con il loro linguaggio d'amore il lieto scorrere del torrente d'argento.
Le donne andavano a riempire di purissima acqua i loro secchi in quel luogo incantato, ed i viandanti si sedevano per riposare e parlare con Daina, flessuosa, dolce e paziente come l'animale di cui portava il nome.
Ella lavorava filando alla rocca tessuti leggeri e preziosi per le ricche signore del regno e sognava, filando, i suoi sogni, il bel viso piegato sotto il peso dei lunghi capelli neri, raccolti sul capo in una treccia splendida, degna di una regina, i grandi occhi liquidi e scuri levati talvolta ad osservare fiduciosi chi voleva fermarsi a parlare con lei.
Un giorno, uno dei viandanti la informò che il Nobile Signore, padrone del regno, stava visitando tutte le terre che gli appartenevano, e quindi certo sarebbe giunto anche lì.
Turbata - senza nemmeno ben capirne la ragione - per la prima volta nella sua breve, placida vita, Daina corse dalla madre, per chiedere alla saggezza di lei quale mai vestito dovesse indossare per rendere omaggio al loro Signore. Quanto ai gioielli, la scelta era obbligata. Daina e la madre erano molto povere, vivevano del lavoro della fanciulla, e non possedevano che la piccola capanna bianca dove vivevano ed uno splendido gioiello, un grande zaffiro che racchiudeva in sé tutti i tenui bagliori del cielo, incastonato in una montatura degna di un re.
Quello zaffiro era appartenuto ad un possente signore del regno, che in anni ormai lontani aveva amato la madre di Daina, bella allora come ora la figlia, e poi l'aveva abbandonata, lasciandole in dono la piccola e quel gioiello prezioso.
La madre, sgomenta per il turbamento della figlia, pregò in silenzio perché la storia non si ripetesse, perché alla fanciulla così ignara fossero risparmiati il dolore dell'abbandono e del disinganno, le lacrime dello struggimento e della solitudine, ma ben sapendo che ogni cosa è già scritta, aiutò comunque la sua bella figlia ad acconciare i lunghi capelli neri e ad indossare un abito bianco come l'alba del mattino, fermandole sul seno il gioiello azzurro colore del cielo.
Finalmente il Nobile Signore passò davanti alla piccola casa di Daina, che attendeva tremando, ma, anche se vide la graziosa capanna dipinta di bianco, la giudicò troppo piccola per prestarle attenzione e passò oltre senza badare alla bellezza di quell'angolo fatato; era estate, ma preso dai gravi pensieri del suo regno, egli non vide le lucide foglie dei grandi alberi, non udì il richiamo amoroso dei colombi innamorati, non fu attratto dal fresco gorgoglio del ruscello d'argento.
Daina però non poteva tollerare il pensiero di non aver reso alcun omaggio al suo Signore.
E così, in un gesto dettato da inconsapevole orgoglio, poiché anche nelle sue vene scorreva nobile sangue, e dalla delusione di un'inconfessata speranza, lanciò verso il Principe il suo prezioso gioiello di cielo.
cielo.
Indifferente, il Principe passò col suo cavallo là dove il gioiello era caduto, e dietro a lui gli infiniti zoccoli dei cavalli di tutto il suo seguito numeroso. E il bello zaffiro si frantumò in numerose piccole schegge di luce azzurra, che riflettevano il sole.
Fu una dea pietosa che passava di lì a trasformare quelle schegge in migliaia di piccoli fiori azzurri, cui venne dato il nome di "non ti scordar di me" perché il ricordo del gesto orgoglioso e gentile della piccola Daina non andasse del tutto perduto.
Edoardo VIII, nel 1936, in un secolo dunque apparentemente privo di fiabe, rinunciò al trono di Inghilterra, assumendo il titolo di duca di Windsor, gettando così ben più che un monile di zaffiro ai piedi della donna che amava. La rinuncia al trono era infatti l'unico mezzo per rendere possibili l'anno successivo le nozze con l'americana, due volte divorziata, Wallis Simpson, che, a differenza del principe della fiaba, si chinò a raccogliere il dono.
IL duca volle che nel giorno delle nozze i "non ti scordar di me" decorassero a migliaia la loro abitazione, e che l'abito della sposa avesse quella particolare tonalità di chiaro azzurro che mostrano i petali del fiore sacro all'amore.
La piccola Daina, dal suo mondo di fiaba, deve pur aver visto tutto questo e certamente, nella sua generosità, ne ha sorriso felice.


KissKiss, Nihal

martedì 21 giugno 2011

Leggenda delle fate

Pretare è conosciuto nell'Ascolano come il paese delle fate : una leggenda racconta, infatti, come secoli fa in questo luogo sorgeva un paese chiamato Colfiorito (comprendente le due attuali frazioni Pretare e Piedilama) dove regnavano pace e felicità. Distrutto da un'enorme frana provocata dalla cattiva ed invidiosa maga Sibilla, esso tornò a vivere dopo molti anni grazie all'arrivo sul posto di pastori i quali, durante le lunghe notti, ricevevano la visita di bellissime fanciulle coperte da abiti che incarnavano la natura, il fuoco, il bosco, il prato, il vento, la neve, l'acqua.In realtà le ninfe altro non erano che strane creature, al servizio della Sibilla, dalle sembianze femminili ma con orribili piedi di capra che, prima dello spuntar del sole, scappavano via per non rivelare la loro doppia natura. Un giorno un cavaliere dalle origini ignote, col nome di Guerrin Meschino, riuscì a sconfiggere i magici poteri della Sibilla così che le fate, libere dall'incantesimo, poterono sposare i pastori dando così origine al paese di Pretare.
KissKiss,Nihal

sabato 2 aprile 2011